Un mazzolin di fiori “da Trieste in giù”
“Se per caso cadesse il mondo, io mi sposto un po’ più in là” - Raffaella Carrà
L’estate è arrivata, aumentano luce, caldo e colori, esplodono i fiori, frutti e i profumi.
Ho un ricordo antico di una gita in pullman, avevo 5 o 6 anni. Clima allegro e spensierato, sul pullman si sa, dopo un po’ di strada … si canta. O quantomeno si cantava.
Nella mia formazione di bambina e giovane donna la canzone “quel mazzolin di fiori” ha lasciato un segno indelebile.
A dispetto dell’allegria e del ritmo sostenuto, la canzone popolare che nel titolo evoca fiori e nel ritmo evoca festa, ha un contenuto drammatico.
La canzone racconta di una donna che ha con sé un mazzolin di fiori “che vien dalla montagna” e vuole stare particolarmente attenta a che “non si bagni” perché lo vuole regalare. Lo vuole regalare al suo innamorato la sera stessa. E fin qui l’immagine è romantica e soave.
Subito dopo le prime battute però, la protagonista riferisce che la sera “sarà una brutta sera perché sabato di sera no l’è vegnu da mi, l’è andà dalla Rosina”. Ora io bambina, seduta tra i canti dei grandi, ascoltavo quella storia e capivo immediatamente che qualcosa non andava, che quella ridente aspettativa di festa stava prendendo una brutta piega.
Infatti ecco arrivare il dramma “e perché mi son poverina, mi fa pianger e sospirar”. Appunto.
Quando sei una bambina, sentire che qualcosa ti fa piangere è subito un campanello d’allarme. Stai imparando a capire che oltre al bello il mondo offre ahimè pericoli e cose da temere e, giustamente, ti stai attrezzando per essere preparato. Perciò cercavo di capire perché questa signora si aspettasse di piangere e sospirare.
La canzone proseguiva e non lo spiegava. Però incalzava “mi fa piangere e sospirare sul letto dei lamenti e cosa mai diran le genti, cosa mai diran di me”. Aiuto cos’è il letto dei lamenti? Dov’è?
Questi i miei pensieri di bambina sul pullman che sfrecciava cantante e ridente verso i monti.
E intanto dal canto arrivava la risposta a che cosa diranno le genti: “diran che son tradita, tradita nell’amore, e perché a me mi piange il cuore …” avanti con il martirio.
Ne traevo un’immagine desolante e dolente delle aspettative femminili nelle relazioni. Perduta non solo per essere tradita ma anche per essere considerata reietta dal resto del mondo. Senza possibilità di redenzione.
Dopo alcuni anni tuttavia, sono stata folgorata da altri versi: “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu …E se ti lascia lo sai che si fa? Trovi un altro più bello che problemi non ha”.
Mi sono aggrappata allora all’allegria vera di Raffaella Nostra, che con dolcezza e con un sorriso mi ha detto che l’amore è bello, che si fa con chi ci pare, che se non funziona non dobbiamo farne un dramma.
Mi ha mostrato che una donna può scegliere il proprio percorso e portarlo avanti con decisione, con libertà, con onore e soprattutto con il sorriso. Che non siamo misurabili dalla lunghezza di una gonna né dal gradimento di qualcun altro. Che il coraggio più grande che possiamo avere è quello di essere noi stessi.
Te ne vai Raffaella lasciando una scia di vitalità, gentilezza, bellezza e luce. Grazie davvero.