Capirsi è difficile sempre, più che mai quando stiamo affrontando un conflitto.
“Sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu.” diceva saggiamente Massimo Troisi.
Per come siamo fatti, tutti diversi, con diversi bisogni, valori, intenzioni, aspettative, leggiamo e filtriamo la realtà a nostra immagine e ne abbiamo una visione molto personale.
Nel momento in cui si affronta un conflitto, di qualsiasi natura, in una relazione privata, in una trattativa lavorativa, o nelle aule di un Tribunale, insieme a noi ci sono certamente altre presenze ad ingombrare il campo. Sono le nostre convinzioni, le nostre aspettative e le nostre paure.
Questi bagagli a volte sono così ingombranti da rubarci il ruolo di protagonisti.
Ed è un peccato perché in questi casi la situazione sfugge di mano a tutti prendendo una direzione che non è buona per nessuno.
Alcune riflessioni per muoversi dentro il conflitto senza “ammaccarsi” troppo.
Una delle modalità che personalmente trovo più utili per ammorbidire il percorso è quella di prendere del tempo per riflettere, dichiarandolo. Quando ci si trova così spiazzati da non sapere che pesci pigliare è utile dire alle altre persone coinvolte “questa proposta-situazione-possibilità non è quello che pensavo o che mi aspettavo o che immaginavo ma vorrei qualche momento (giorno, secondo la situazione) per pensarci con un po’ di calma”. Il tempo di riflessione aiuta noi a vedere con più lucidità la situazione, e le altre parti a ripensare al proprio comportamento, desiderando magari cambiare atteggiamento, fare proposte diverse.
Un altro utile accorgimento è quello di parlare di me piuttosto che accusare chi mi sta di fronte di essere in errore: “questo comportamento-azione-situazione mi fa sentire poco considerata, non soddisfatta nelle mie richieste economiche, non valorizzata nel mio ruolo professionale …” piuttosto che “vi state sbagliando, non avete capito nulla, non sapete nulla di questa situazione ecc”. Spostare il focus su chi parla mette l’interlocutore in un atteggiamento di ascolto più proficuo rispetto a chi, accusato, si mette sulla difensiva, chiude la comunicazione, e non accoglie alcuna delle proposte che arrivano dalla controparte.
Altro elemento utile cui fare ricorso è esprimere le aspettative che si nutrivano in un determinato progetto, iniziativa o accordo. In alcuni casi le motivazioni sono davvero molto personali e sconosciute alle altre parti, che perciò non tengono nella dovuta considerazione la nostra posizione. A volte pensiamo siano evidenti e comprese da chiunque ma non è così. Soffermarsi sulle motivazioni per cui si è tenuto un certo comportamento rende più chiaro all’altro la genesi del conflitto o comunque della situazione attuale.
Se ci si pensa bene spesso il conflitto nella sua fase più acuta, anche quella che si svolge con il rispetto di tutte le procedure in una causa giudiziale, è un reciproco lanciarsi e rilanciarsi di accuse.
Le accuse sono sempre un attacco alla nostra autostima e al nostro valore, a nessuno fa piacere sentirsi accusato, ed innescano un circolo vizioso in cui ci si allontana sempre più da una soluzione buona e condivisa da tutti, rincorrendo motivazioni che non sono più quelle da cui si erano mossi i primi passi.
Piccole riflessioni come queste a volte sono sufficienti per cambiare le cose.